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Che

da Costantinopoli venissero fra noi molti lavori dell'arte cu fusoria e dell'orificeria sembrami averlo già in precedenza avvertito.

La facile e spedita navigazione de Greci , che se ne veni- latest vano in Ancona , dovette facilmente contribuire a rendere viva ifrs quest' arte , che anch'essa al pari di tutte le altre nobilissime ting andava avanzando di perfezione e di onoranza. Fra le città, che tu più si distinsero in coltivarla fu Ascoli. Di un Vannini noi parlammo e lo dicemmo orafo valente, e dalla scuola di esso suppongo sortisse un Lorenzo Ascolano che nel 1414 (1) fece una Croce stazionale d'argento per la chiesa di Santa Maria di Monte Cassiano. La sua grandezza confronta con l' Osimana, ma la supera per una pulitezza e finimento di lavoro, che può rimanersi bag a pari colle opere fusorie più considerabili di questo tempo. La tai preziosità del metallo gli fu di danno, poichè parecchie di quelle figurine, che contornano la Croce, furono rapite, ed a queste se ne sostituirono modernamente delle altre, che pur- less troppo sono di

gran lunga inferiori a quelle, che vi scolpi Lorenzo. Non fu meno considerato un Pietro Dini, che visse anch'esso tudi nel secolo XV. tanto come scultore, che come orefice, per cui acquistò tanta fama, che ad onorarlo su impresso in una medaglia il suo ritratto, e le sue lodi furono spiegate nell' iscrizione, che leggesi nel rovescio (2). Plauditissiino è quel lavoro, che

per

si fece in una

esso

Chiesa dell' Amatrice nel Regno di Napoli. E questo un gran Tabernacolo di bronzo dorato, dove gettò ornati finitissimi in alto e basso rilievo , e nel cui mezzo è collocata un'immagine di nostra Donna scolpita in pietra , che per la semplicità c correzione de contorni fa conoscere quanto questi fosse innanzi (nel

l'arte (3)

e

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Aggiunse Orsini essere di tale artefice quella Croce stazionale d'argento, ch' esiste nel Duomo d'Osimo; ma noi abbiamo già veduto, che quella Croce è fattura di un Pietro Vannini, non di un Pietro Dini, come suppone questo Scrittore. La diversa elà di questi artisti, i quali quasi di un secolo sono fra loro discosti, fanno fede anche più patentamente dell'errore, in che cadde Orsini (4).

Reputato fra gli orafi non meno degli altri valente fu un Pietro di Francesco parimenti Ascolano, al quale per municipale decreto fu nel 1487 ordinato, che scolpisse a cisello la statua di Sant' Emidio da collocarsi nel Duomo. Fu l'opera dopo breve tempo compiuta col contentamento de cittadini , e riscosse la comune ammirazione (5).

Tennero dietro ad un' uguale delibera i componenti il consiglio comunale di Cingoli, che nel di 19 febbrajo del 1496 decretarono , (6) che in un bel busto d'argento si figurasse il loro Vescovo e Patrono Sant' Esuperanzo ; ed anche quel lavoro ebbe ottimo fine, senza però che a noi sia noto qual fosse l'artefice, a cui lo cominisero.

E qui pur troppo cade in acconcio ripetere, che assai più a lungo potrebbe la nostra narrazione portarsi , se reggesse l'animo di ricordare que' molti lavori preziosi, che ad ornamento de sacri Templi, ed a prova della devozione de' nostri Maggiori esistevano prima che politiche e guerresche vicissitudini ve nissero a turbare la pace di questi luoghi. Furono gli oggetti di orificeria cambiati in moneta, e fu essa istrumento fatalissimo di estrema nostra rovina.

Fra coloro, che specialmente al conio delle medaglie attesero,

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un

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e che dalla loro professione ritrassero moltissima onoranza, fu Maestro Niccolò di Antonio di Ancona, cui ai 6 del mese di marzo del 1451 (3) fu dal nostro consiglio di Macerata concesso di battere monela d'argento nella zecca che qui si aveva (8), e tal privilegio vennegli limitato a tre anni soltanto (9). Ed a quest'arte di zecchiere, come avverte Benvenuto Cellini , (10) » apre grandissimamente la via il fare medaglie d'oro d'argento

o di bronzo, costumarono i nostri antichi; perciocchè quelle facevano per necessità e queste per pompa , essendochè

le moncte si fanno con poco rilievo perchè ventri manco » metallo, e quelle con più rilievo per maggiore bellezza. » Vorremmo noi poter presentare alcuna delle lodate sue opere, ma nella mancanza in che ci troviamo d'ogni relativa cognizione w ci contenteremo di far eco al plauso , ch' egli si guadagnò da suoi contemporanei, come dalle vecchie carte si riscontra. La moltiplicità delle zecche, che si trovavano sotto quest'epoca tanto nella Marca che nell' Umbria , ci persuade che molti de nostri applícassero con profitto all'arte del conio, ma pochissime sono le

opere che ci restano , come quelle che o cambiarono di forma col mezzo di nuova fusione , o nascoste si rimangono presso qualche particolare.

Uno de lavori più antichi , che per noi si conosca, è quello di associare metalli a metalli sì ne vasellami, che nelle altre opere di minuta orificeria (11). Di quest' arte parlò Omero nell' ampla descrizione che fece dello scudo di Achille. Pausania descrivendo lo scettro del Giove di Fidia ce lo dinotò di molti metalli commesso , e così Seneca e Cicerone quest' arte ci dimostrano come pregevolissima ai tempi loro. Da questa io credo derivasse quella d'associare un legno con l'altro, che si disse d' incastro o di rimesso , e fu dagli antichi usata per adornamento de loro letti, delle loro tavole, e di altri dome stici utensili , impiegandovi l'avorio e l'ebano. Si suppose

da qualcuno , che tal lavoro passasse dall' oriente in occidente porlalovi dai Romani dopo la conquista dell'Asia ; ina però fino al

fum

e

nero

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Llezza

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mostri

secolo quindicesimo rimase ristretta ai due soli colori bianco

e così dovevano essere anche cominessi que' lavori, di cui parla il Monaco Teofilo nel suo libro. De omni scientia ar

tis pingendi , dove facendo ricordo delle opere, che di questo EA genere erano più pregiate in ogni paese, dice quidquid finestra

rum varietale preciosa diligit Francia : quidquid in auri, argenti, cupri, ferri, lignorum, lapidumque subtilitate solers laudat Germania (12).

In progresso perfezionossi in Italia quest' arte per le cure di un Canozio da Lendinara, di un Giovanni da Verona, d'un Raffaele da Brescia , e s’incominciarono a macchiare i legni di linture ed olj cotti, i quali li penetravano. Sul principio non si fece che rappresentare fabbriche e prospettive, i di cui disegni erano

ben facili a ritrarsi , perchè pieni di linee rette. Trovo peraltro molti che vi fu chi di un passo avanzò anche in questa parte imitando

perfettamente la natura nel comporre a rimesso vaghissimi fiori , e su questi un' Apollonio di Giovanni da Ripatranzone, al quale in compagnia di un Tommaso da Firenze fu allocato il coro della chiesa inferiore di San Francesco di Assisi ; dove in ognun dei sedili con molt’ arte e diligenza fiori e frutta eseguirono , non the mostraronsi esperti nell' intagliare que' legnami , che servono a comodo e ad ornamento del coro sudetto. Diedero questi cominciamento al lavoro affidatogli nell'anno 1467, e non l'ebbero a fine condotto che nel 1471, così avvertendoci l'Epigrase che vi lasciaropo (13)

Da tale usanza si passò a lavorare figure di buona maniera , il che prima si era tentato ma con successo poco felice. In questa parte noi non fummo inferiori a quanti in quest' arte si segnalarono, ed una scuola di farsia si stabili nel finire di questo secolo in SanSeverino , la quale può dirsi che non meno della Veneta (14) contribuisse al suo perfezionamento.

Fu di essa istitutore un Domenico di Antonio Indovini , cui nel 1483 fu da quelli , che reggevano il capitolo della Cattedrale di Sanseverino, allocato il coro , onde d' intarsj e di

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però tale

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lavori a tondo rilievo lo adornasse (15). Qui non ancora si proyò di far figure , in quanto forse non si conobbe nella pratica forte in guisa da potere con buon successo contrastare la palma ne ad un Conozio, che in Padova nel coro della chiesa di Sant'Antonio si sludiava di farne , nè ad un Frà Giovanni da Verona Monaco Olivetano , che in vari paesi d'Italia tal professione con molta lode esercitava. Qualunque però si fosse il disegno che ne mosaici del coro di Sanseverino egli si facesse , la fama che per essi acquistossi , che giuntane in Assisi la notizia, fu da Frale Francesco Sansone Sansoni da Siena ministro generale de Minoriti circa il 1490 richiesto d'orpare di rimesso il coro della chiesa superiore della basilica di San Francesco. Corrispondendo egli a tale incarico figurò nel prim'ordine del coro in tanti semibusti le immagini di diversi Santi, e quelle di parecchi sommi Pontefici appartenenti all'ordine serafico; e tutti i sedili d'ambidue gli ordini furono decorati con elegantissimi intagli, che si estendono oltre la tribuna del coro. Pregevoli sono altresì quelle prospettive , che in varj sedili con ottimo effetto egli espresse , per cui diremo anche noi con l'Abbate Fea (16) esser questa una di quelle produzioni , che più onurano il secolo in che furono fatte , e che ben rispondono ai ricchissimi monumenti d'arte , di che questa chiesa è ornata. Fu quest'opera cominciata il 5 di Agosto del 1491 ,

ed ebbe il suo fine ne' primi del 1500. Si premiarono le fatiche di Domenico con ottocento ducati d'oro di camera larghi (17). Non

appena si vide libero da ogni obligazione col Generale dell'ordine , che se ne ritornò in patria , ed ivi fu adoprato non già come maestro di tarsia , ma come pittore, poichè dovendosi fare per conto del Comune l' immagine di San Sebastiano , ad esso ne fu concesso il lavoro (18). Non ebbe però appena questo compiuto , che sorpreso da grave malore cessò di vivere nell'anno 1502.

Non è a sar meraviglia, se nulla fuorchè le citate di lui opere ci rimanga , considerandosi che dovette moltissimo tempo

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